Michele Guyot Bourg

Vedere dove gli altri guardano

Michele Guyot Bourg
Vedere dove gli altri guardano


Dal 2 novembre al 18 dicembre sarà visitabile presso Fondazione Ansaldo la mostra fotografica di Michele Guyot Bourg, Vedere dove gli altri guardano.

Una selezione di 50 scatti provenienti dai reportage Vivere sotto una cupa minaccia e L’invasione dei mototerrestri. Da Nervi a Voltri, per risalire lungo le valli del Bisagno e del Polcevera. Scene di vita quotidiana di una Genova in scala di grigi, sotto l’ingombrante presenza dei viadotti autostradali e stravolta nella sua fisionomia dalla massiccia invasione delle due ruote.
Michele Guyot Bourg definisce la fotografia come la sua amante, l’unica che sua moglie gli concede di avere. Si approccia ad essa durante gli anni del servizio militare quando inizia a scattare fotografie per creare ricordi indelebili. In seguito si iscrive a circoli di fotografia dove poter imparare da autodidatta e approfondire i propri studi attraverso la lettura di pubblicazioni di settore, ispirandosi a grandi correnti artistiche come quella della Bauhaus. Partecipa a concorsi fotografici che richiedevano competitività e immagini esteticamente belle, a prescindere dal contenuto. Questo lo aiutò a comprendere che non era la bellezza ciò che ricercava, bensì quello che gli altri guardavano ma non vedevano.

Cosa significa vedere dove gli altri guardano?

Tutti noi, vagando per la città che abitiamo, ci siamo soffermati a guardare angoli caratteristici, scorci suggestivi e paesaggi pittoreschi, ma quanti di noi, tra un impegno e l’altro, si sono fermati a vedere per imprimere nella propria memoria non solamente l’immagine di ciò che avevamo davanti, ma anche i sottointesi, quei particolari che rivelano molto di più: una vita, una storia?

Un’idea, un progetto, possono essere accesi da una scintilla improvvisa, scaturita da un elemento apparentemente privo di importanza, come un gesto di un passante, un odore o un suono. Ed è proprio da un suono che è nato il progetto forse più conosciuto di Michele Guyot Bourg: Vivere sotto una cupa minaccia. Il fotografo, nella sua intervista rilasciata a Fondazione Ansaldo, racconta di come un giorno, aspettando l’autobus nei pressi del quartiere genovese di Quezzi, sentì dei tuoni nonostante la giornata fosse limpida e serena. Guardandosi intorno vide le altre persone indifferenti alla cosa e capì, sentendo anche delle sirene in lontananza, che in realtà quei tuoni non erano altro che i rombi dei camion che passavano sui giunti del viadotto autostradale sotto il quale si trovava. Non si capacitò di come facessero le persone a ignorare quei rumori e la paura data dalla consapevolezza che i tetti delle loro case erano costantemente minacciati dall’ingombrante presenza dei tir che viaggiavano ad alta velocità, con il rischio di una caduta o un cedimento. Da qui ebbe inizio la sua ricerca riguardo “la vita sotto il ponte” da cui nacquero, nel corso degli anni Ottanta, circa cinquanta scatti di vita quotidiana sotto il Ponte Morandi e altri viadotti cittadini che sfiorano le case e le circondano di un costante rumore.

Per scattare le sue fotografie Michele rimane lunghe ore ad aspettare negli androni dei palazzi sotto i viadotti per trovare qualcuno disposto ad aprirgli la porta di casa e permettergli di realizzare lo scatto perfetto.

“Per riuscire ad entrare nelle case e realizzare le mie fotografie a volte dovevo inventare degli escamotage. Mi ricordo che una volta ho lanciato un paraluce della macchina fotografia in un giardino, ho suonato e ho chiesto al padrone di casa se poteva farmi entrare per recuperarlo. Tutto questo per evitare le esperienze passate: quando citofonavo direttamente e chiedevo se per cortesia potevo entrare in casa e scattare delle fotografie nelle migliori delle ipotesi mi rispondevano a male parole e mi chiudevano la porta in faccia. Per scattare la foto dell’uomo che legge il giornale ho dovuto aspettare sei mesi. Grazie a un mio parente che lavorava nelle ferrovie sono riuscito a contattare alcuni abitanti delle case dei ferrovieri di via Porro e dopo molti tentativi sono riuscito a trovare una famiglia disposta ad accogliermi nel suo appartamento. Quello che mi ha colpito di più è stato come momenti di convivialità familiare, i pranzi e le cene attorno al tavolo della cucina, non venissero disturbati dai rumori dell’autostrada e dall’ombra oppressiva del ponte. O ancora mi ricordo di un uomo che coltivava il suo orto di fronte a casa, la quale si trovava esattamente sotto un viadotto. Alla fine del mio lavoro mi sono accorto di aver fotografato la tranquillità nel disagio, perché, una volta superata l’iniziale diffidenza, comprensibile nell’accogliere uno sconosciuto in casa, ho trovato partecipazione in tutte le sue sfumature, sono stato accolto e non ho visto nessuna reazione rabbiosa o di insofferenza per l’ambiente circostante, nessun tono esagitato, solo gente tranquilla”.

I ponti, come i motorini, vengono utilizzati quotidianamente dai genovesi per spostarsi rapidamente all’interno della città. Non si fa quasi più caso al numero elevato di motocicli che circolano per Genova, è Michele a ricordarcelo con un altro lavoro: L’invasione dei mototerrestri. Guardando le sue foto ci si rende improvvisamente conto di quanti siano e di come ogni giorno passino inosservati a causa dell’abitudine.  Lo stesso accade per altri elementi del paesaggio urbano che normalmente guardiamo ma non vediamo: mortai che diventano fioriere, pentole utilizzate come coperture per i camini, vasche da bagno trasformate in abbeveratoi per i campi e le ruote dei camion impiegate come altalene per i bambini.

I lavori di Michele mostrano il disagio che si prova in certe condizioni di vita, come ci si abitui facilmente ad un’invasione o a vedere elementi che prima avevano una funzione ben precisa utilizzati in contesti completamente differenti e snaturati. Stupisce come tutto ciò venga metabolizzato a livello inconscio. Se l’indifferenza, generata dall’abitudine, porta le persone a “non vedere” problematiche e disagi allora quante cose, grandi o piccole che siano, passano inosservate e perdono di significato?
Le fotografie di Michele ci ricordano di vedere, osservare e rendere la nostra vita una continua riscoperta, abbandonando una quotidianità meccanizzata.

Ingresso gratuito, obbligo di prenotazione
Per info e prenotazioni:
010 8594125
Info@fondazioneansaldo.it